L’illusione dell’autosufficienza: la dipendenza strutturale dell’India dalla Cina

The Chinese President, Mr. Xi Jinping giving his remarks at the press briefing with the Prime Minister, Shri Narendra Modi, in New Delhi on September 18, 2014.

Tra le economie a più rapida crescita al mondo, l’India aspira a diventare un hub manifatturiero globale, riducendo così la propria dipendenza da attori esterni, in particolare dalla Cina. Nel 2020, il Primo Ministro indiano Modi ha lanciato il programma Atmanirbhar Bharat (India autosufficiente), con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dall’estero e promuovere la produzione domestica nei settori strategici. In teoria, ciò dovrebbe tradursi in una diminuzione della quota di input cinesi nella produzione industriale indiana. Tuttavia, le evidenze suggeriscono il contrario.


Le righe che seguono cercano di mostrare il paradosso crescente all’interno della politica industriale indiana: sebbene il governo sembri aver posto un’attenzione sempre maggiore sull’autosufficienza, la dipendenza dell’India dalle importazioni cinesi non si è ridotta; al contrario, si è intensificata in diversi settori. In particolare, una significativa dipendenza dalla Cina per input essenziali è riscontrabile in quattro grandi industrie: farmaceutica, chimica, beni strumentali e macchinari, ed elettronica. La domanda è: in che misura le industrie indiane dipendono dalle esportazioni cinesi e quali fasi dei loro processi produttivi sono maggiormente dipendenti da Pechino? I risultati forniscono indicazioni sulle barriere strutturali al decoupling e sulla complessità della costruzione dell’autonomia industriale in un’epoca di interdipendenza globale. Di conseguenza, oggi Atmanirbhar Bharat può essere considerato più un’aspirazione strategica che una realtà economica.

La difficile situazione economica dei primi anni 2010 in India richiedeva politiche incisive per stabilizzare le istituzioni e stimolare la crescita. Pertanto, nel 2014 il Primo Ministro Modi ha avviato l’iniziativa Make in India, concentrandosi sulla riduzione degli ostacoli burocratici, sul rafforzamento delle infrastrutture locali e sull’accoglienza degli investimenti esteri. Tuttavia, a causa della dipendenza economica da attori esterni, in particolare dalla Cina, l’impulso modernizzatore e di sviluppo si è trasformato, nel 2020, in una retorica di autosufficienza con Atmanirbhar Bharat. Dieci anni dopo il lancio dell’iniziativa Make in India, il Ministero del Commercio e dell’Industria ha valutato il programma, mostrando una crescita significativa in diversi settori, in particolare nell’elettronica, mentre fonti non governative si sono mostrate più scettiche riguardo a tale crescita.

Make in India coinvolge infatti un’ampia gamma di settori, sia manifatturieri sia dei servizi, e nel corso degli anni è stato sostenuto da diversi programmi chiave, quali: i Production Linked Incentive (PLI) Schemes, che hanno coperto 14 settori strategici al fine di favorire gli investimenti e rafforzare la manifattura locale; il Semicon India Programme, lanciato nel 2021, un programma da 8,69 miliardi di dollari volto a sviluppare un ecosistema indiano dei semiconduttori.

Una relazione sbilanciata

Un primo indicatore di dipendenza può essere individuato nelle relazioni commerciali. Nel 2023 la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’India, superando gli Stati Uniti. Il commercio bilaterale tra India e Cina è cresciuto costantemente dall’avvio di Make in India, con le importazioni dalla Cina come componente principale: 101,7 miliardi di dollari nel 2024, a fronte di 65,2 miliardi di dollari nel 2020; ciò, insieme a un tasso di esportazioni rimasto costante nel periodo, ha portato a un aumento del disavanzo commerciale fino a 85 miliardi di dollari (48,6 miliardi di dollari nel 2020). La sola Cina rappresenta oltre il 15% delle importazioni totali dell’India.

HarvardGrwthLab. (2020). The Atlas of Economic Complexity. https://atlas.hks.harvard.edu/explore/treemap?exporter=country-356

Tuttavia, i dati commerciali scalfiscono appena la superficie dell’eccessiva dipendenza industriale dell’India dal suo principale partner. È molto più rivelatore osservare cosa viene importato. È quindi necessario entrare nel dettaglio dei settori che trainano le esportazioni indiane e dei relativi beni a monte. Possiamo valutare la complessità delle importazioni per i prodotti a più elevato contenuto tecnologico e di ricerca. A tal fine, ci avvaliamo di uno strumento molto utile sviluppato dall’Osservatorio di Harvard, che analizza la complessità economica del commercio. In questo caso, possiamo osservare l’indice di complessità dei prodotti cinesi importati in India, per un valore complessivo di 121 miliardi di dollari. Si può notare come la stragrande maggioranza dei principali beni industriali importati presenti un’elevata complessità, indicando quindi un basso valore aggiunto locale delle filiere indiane.

“Oggi circa l’80% del fabbisogno di API dell’India è importato, oltre due terzi proviene dalla Cina”

Terzo al mondo per volume manifatturiero, il settore farmaceutico rappresenta certamente un’eccellenza domestica. L’ampia gamma di prodotti comprende farmaci generici, medicinali da banco (OTC), vaccini, biosimilari e biologici. Il settore farmaceutico indiano copre attualmente il 20% delle esportazioni di farmaci e raggiungerà un valore superiore a 130 miliardi di dollari entro il 2030.

Questa espansione convive con una vulnerabilità strutturale: la dipendenza dall’estero per gli API (Active Pharmaceutical Ingredients). Negli anni Novanta l’India era in larga misura autosufficiente in termini di formulazioni e ingredienti, ma oggi importa circa l’80% del proprio fabbisogno di API, con oltre due terzi provenienti dalla Cina. I principali fattori che guidano questa tendenza sono la specializzazione domestica dell’India nei generici piuttosto che nei farmaci proprietari e i costi di produzione in Cina inferiori del 20–30% rispetto all’India. Studi recenti mostrano che la dipendenza rimane elevata: le importazioni di antibiotici sono salite a 1.271,4 milioni di dollari (+130,7%), con la quota di Pechino che ha raggiunto l’81,7%. Nonostante le iniziative pubbliche, gli acquisti dalla Cina continuano a crescere, favoriti dai vantaggi consolidati delle catene di approvvigionamento.

Il paradosso è particolarmente evidente nel caso dei Key Starting Materials (KSM) inclusi nello schema Production Linked Incentive (PLI), dove, nonostante gli sforzi governativi, l’eccessiva dipendenza dalla Cina resta evidente.

Il motivo principale di questa incapacità di decoupling risiede nella ricerca: le imprese indiane destinano in genere alla R&S il 5–10% dei ricavi, una quota inferiore alla media globale del 27% nel biofarmaceutico e ai livelli degli Stati Uniti (34%), dell’Europa (22%) e della regione Asia-Pacifico (20%). Ne deriva una duplice sfida: ridurre la dipendenza da input critici esteri e aumentare l’intensità della ricerca, così da sostenere la competitività e rendere più resiliente la crescita attesa del settore.

Share of Imports for Chemicals and Pharmaceutical Products by Country

“Tra il 2007 e il 2022 le importazioni chimiche dalla Cina sono aumentate del 296%, raggiungendo 17,4 miliardi di dollari”

Il settore chimico è uno dei principali motori delle esportazioni del Paese e svolge una funzione abilitante per altri settori, ma allo stesso tempo mostra lo stesso andamento del comparto farmaceutico. Tra il 2007 e il 2022 le importazioni dalla Cina sono aumentate del 296%, fino a raggiungere 17,4 miliardi di dollari. Pechino fornisce chimica organica, coloranti, fertilizzanti e altri input essenziali per agricoltura, sanità e manifattura—una configurazione che accresce l’esposizione a rischi geopolitici e a possibili interruzioni delle catene di approvvigionamento.

In questo senso, il settore non solo contribuisce in modo significativo alle esportazioni e all’occupazione, ma sostiene anche funzioni critiche come la produzione farmaceutica e la produttività agricola; proprio per questo la crescente dipendenza dalle importazioni cinesi rappresenta una vulnerabilità strategica. Considerando insieme chimica e farmaceutica, le importazioni hanno superato i 54,8 miliardi di dollari nel 2024; tra il 2007 e il 2022 la quota cinese sulle importazioni indiane di questi materiali è aumentata dal 18% al 29% (+56,4%), mentre in termini di valore le importazioni sono passate da 4,4 a 17,4 miliardi di dollari (+296%). Nel 2022 le importazioni indiane di prodotti chimici e farmaceutici hanno totalizzato 76,94 miliardi di dollari, con la Cina pari al 26,8%.

Entrando nel dettaglio dei prodotti chiave:

  • Le importazioni di chimica organica sono aumentate vertiginosamente del +330,3%, passando da 2,6 miliardi di dollari nel 2007 a 11,2 miliardi nel 2022. La quota cinese ammonta al 44,7% della chimica organica, essenziale per i settori farmaceutico e dei fertilizzanti.
  • I fertilizzanti sono passati da 822,4 milioni a 2,23 miliardi di dollari (+171,5%), con la quota cinese in crescita dall’11,1% al 20,0%. L’aumento incide direttamente sulla produttività agricola e sulla sicurezza alimentare.
  • Coloranti, vernici, smalti e inchiostri sono aumentati da 134,5 milioni a 771,6 milioni di dollari (+473,6%); la quota cinese è passata dal 16,7% al 33,4%. Si tratta di materiali cruciali per i settori tessile, della stampa e dei rivestimenti.

Macchinari Made in…Cina?

L’impronta del Dragone è presente anche nel settore dei macchinari, dove il divario tecnologico dell’India l’ha resa fortemente dipendente dalle forniture cinesi. Negli ultimi due decenni, le importazioni indiane di macchinari dalla Cina sono aumentate del 232,9%. Se si confronta l’ultimo decennio con quello precedente, gli acquisti dalla Cina sono balzati da 5,4 a 18,0 miliardi di dollari; nel 2022 il valore delle importazioni indiane ha superato i 54 miliardi di dollari, il 39,7% dei quali proveniva dalla Cina.

Share of imports for Machinery Products by Country

Questa traiettoria è accompagnata da performance domestiche altalenanti: la produzione di beni strumentali è oscillata tra il 2020 e il 2023, prima di registrare una crescita robusta nel 2024. Tuttavia, permane un nodo strutturale: a causa dei divari tecnologici, il Paese continua a importare i macchinari di fascia alta necessari alla manifattura avanzata, il che rende difficile internalizzare la produzione.

L’alta tecnologia rimane una prerogativa Cinese

Nel comparto elettronica/telecomunicazioni/elettrotecnica, l’India mostra la più forte dipendenza dalla Cina. Nel 2024 le importazioni hanno raggiunto 89,8 miliardi di dollari; la sola Cina rappresenta il 43,9%, mentre la combinazione Cina + Hong Kong supera la metà del totale. I divari produttivi nei semiconduttori e nelle batterie agli ioni di litio restano ampi: Pechino detiene il 67,5% delle importazioni indiane di diodi e transistor, e l’India produce meno del 25% del proprio fabbisogno di batterie Li-ion. Questa configurazione, in un’industria tuttora centrata sull’assemblaggio, incide anche sulla capacità di innovazione e sulla sovranità tecnologica.

Share of Imports for Electric and Electronic Products by Country

I dati di prodotto confermano questo andamento:

  • I circuiti integrati: le importazioni sono aumentate da 166,1 milioni di dollari (media 2007–2010) a 4.178,2 milioni di dollari (2020–2022), pari a +2.415,1%; la quota cinese è passata dal 19,2% al 33,4%.
  • I dispositivi di comunicazione (telefoni e wireless): importazioni pari a 3.691,1 milioni di dollari, con oltre metà del mercato dominata dalla Cina.
  • I diodi, i transistor e i semiconduttori affini: da 113,3 milioni di dollari a 2.334,8 milioni di dollari; quota cinese al 67,5%.

Nel complesso, l’aumento dei volumi e la concentrazione dell’offerta su Cina/Hong Kong hanno reso la filiera più vulnerabile, rafforzando l’urgenza di diversificare le fonti e di accrescere le capacità domestiche lungo le fasi a maggiore contenuto tecnologico.

Per riassumere

L’ambizione dell’India di diventare una potenza industriale autosufficiente, nell’ambito della dottrina Atmanirbhar Bharat, si scontra con un grande ostacolo: la forte dipendenza dell’India dalla Cina. Come evidenziato dai dati, la produzione di numerosi prodotti rilevanti, in particolare API, chimica organica, beni strumentali, semiconduttori e batterie agli ioni di litio, rimane profondamente legata alle catene di approvvigionamento cinesi. Sebbene l’India abbia tentato di ridurre tale dipendenza attraverso strumenti di policy, come gli schemi PLI e le strategie di sostituzione delle importazioni, i suoi sforzi sono stati limitati da carenze nelle capacità tecnologiche, nelle infrastrutture e negli investimenti in ricerca e sviluppo. Le contraddizioni insite nella traiettoria industriale indiana rimandano a un paradosso più ampio: mentre la retorica del decoupling ricorre nel discorso politico, la realtà materiale delle catene di approvvigionamento continua a vincolare le industrie indiane agli input cinesi. Analogamente, sebbene le restrizioni introdotte nel 2020 abbiano avuto successo nel ridurre gli investimenti cinesi in India, esse hanno anche determinato la sospensione di progetti critici a causa della carenza di finanziamenti. Ciò mette in luce i rischi della dottrina dell’autosufficienza indiana, che deve muoversi in un equilibrio delicato tra autonomia economica e prosecuzione dello sviluppo. Il mutato contesto geopolitico potrebbe introdurre un ulteriore elemento di turbolenza. Se da un lato i dazi statunitensi creano nuove opportunità competitive per l’India, dall’altro rischiano di trasformare il Paese in un mercato di destinazione per le eccedenze cinesi.

La dipendenza industriale dell’India dalla Cina rappresenta un elemento strutturale del Paese e, in quanto tale, non può essere eliminata semplicemente attraverso politiche come Make in India, ma richiede che i divari tecnologici e di capitale vengano colmati a livello domestico.

Fino a quando ciò non avverrà, la dottrina Atmanirbhar Bharat rimarrà con ogni probabilità più un’aspirazione politica che una trasformazione economica.


Bibliografia